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Tanti ricordi si affollano nella mia mente quando provo a ricostruire la genesi della mia passione per gli audiolibri.
di Roberto Ghedini

Innanzitutto per me – figlio di un non vedente grande invalido di guerra – la parola detta, la parola risonante in tutta la sua fisicità acustica, è stata una scoperta precocissima, unitamente al piacere delle storie narrate.

Una delle prime gioie della mia infanzia, infatti, furono i dischi delle Fiabe sonore della Fabbri Editori, che poi regalai a mia voglia a mia figlia in audiocassetta: come dimenticare Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi in cui la parte del burattino era affidata ad un ancor giovane Paolo Poli?

Fu poi mio padre che, munito di un monumentale registratore a bobine Grundig per ragioni di studio (era professore di materie giuridiche ed economiche), iniziò assai presto a registrare la voce mia e di mia sorella più piccola, di cui restano ora lacerti preziosi come i pezzetti di memoria che vi sono incastonati; e mentre ci registrava, mio padre mitigava la nostra tensione davanti al microfono con la sua voce suadente, calda e rassicurante: credo che anche la mia povera mamma, morta tanti anni fa, si fosse a sua volta innamorata della voce di mio padre, perché quando lo aveva iniziato a frequentare – lei ancor giovanissima studentessa alle magistrali – i loro pomeriggi scorrevano lietamente leggendo insieme, manco a dirlo, I miserabili di Victor Hugo.

Ho poi un ricordo che risale a quando avevo circa dieci anni. Allora lessi a mio padre Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, attingendolo peraltro da una pregevole edizione per ragazzi dei primissimi anni sessanta che avevamo in casa e che quando, molto tempo dopo, offrimmo a Rigoni Stern medesimo per autografarla, ne rimase pure lui commosso e sorpreso. Non ricordo invero la stagione in cui questa lettura prese corpo, ma so che era spesso di mattina e sul letto matrimoniale dei miei, dove indugiavo assieme a mio padre – entrambi ancora in pigiama di mattina tardi, la domenica e i giorni di festa – sprofondati nella lettura di questo libro incantevole per semplicità ed immediatezza. Un romanzo autobiografico che sapeva dire le cose gravi della vita nella sospensione dolorosa della guerra con una dignità e un calore condivisi sia da chi raccontava questa storia che dai personaggi veri che la popolavano.

Diventato grandicello, fu la mia voce ad animare i lunghi e spensierati pomeriggi di tante estati, meno calde allora delle attuali, sempre con mio padre.

Soprattutto quando frequentavo il ginnasio prima e il liceo poi, mio padre ed io affrontammo, ad esempio, tutti i romanzi di Italo Svevo, principiando da Senilità che, per me, resta ancora più riuscito de La coscienza di Zeno (mentre Una vita è certo acerba ed imperfetta). Proprio come una madeleine proustiana, ogni volta che riascolto Senilità mi sembra veramente di tornare indietro nel tempo: a catturare l’odore della brezza che ci cingeva dolcemente d’assedio mentre, di primo pomeriggio, andavamo su e giù con la fantasia per le strade di Trieste assieme ad Angiolina Zarri ed Emilio Brentani; a scherzare insieme su un mio compagno di scuola che assomigliava moltissimo – sia nei tratti fisici che ancor più nel carattere – al personaggio più antipatico di tutto il romanzo; a sostare di tanto in tanto per commentare qualcosa che sembrava imprendibile, come tutti i momenti di grande letteratura. Perché ci sono momenti di grande letteratura che restano e ci tengono avvinti, per nostra fortuna e salute; ma nello
stesso tempo risultano sfuggenti nella loro proditoria bellezza: prigioniera e del tempo della narrazione, che è a suo modo impietoso; e del tempo dell’evocazione, che può anche essere languido come una carezza; e del tempo della nostra introspezione, che può fare anche molto male a noi che leggiamo e che, inevitabilmente, ci confrontiamo con queste sublimi altezze uscendone non di rado un po’ malconci.

Poi divenni grande. E un po’ per volta mi accorsi che la mia voce assomigliava a quella di mio padre, tant’è che al telefono non poche persone ci confondevano. Ma i miei studi andavano da un’altra parte: la musica, il pianoforte e la composizione.

Fra il 1995 e l’anno successivo acquistai in edicola la collana Ti racconto i classici della De Agostini, decisamente pionieristica per l’epoca. In un paio di CD AUDIO (naturalmente i CD MP3 non esistevano ancora) venivano registrate le più significative pagine di romanzi – noti e meno noti, ma sempre di pregio – affidandole ai migliori attori che avevamo allora in Italia. Certo si sentiva la mancanza di una lettura integrale (del resto non si poteva far stare un intero romanzo in due soli compact disc), ma in compenso c’era un po’ di musica di sottofondo, sempre ben scelta e adeguatamente “bilanciata”; soprattutto, però, c’era il coraggio di una casa editrice cui probabilmente non arrise il successo sperato, dato che la collana si fermò al numero 17.

E la sera, le poche volte che facevo tardi, non potevo spegnere la luce senza avere prima ascoltato a Radio3 Il racconto di mezzanotte. Davvero non posso descrivere facilmente cosa significava per me, allora, poter addormentarmi dopo essermi lasciato avvinghiare dalle trame di questi racconti brevi – perlopiù noir, thriller e fantastici – che non di rado mi accompagnavano per lunghe ore con i loro fantasmi, i loro colori e i loro profumi.

La lettura espressiva vissuta in prima persona, però, mi mancava. Ormai non leggevo praticamente più nulla per mio padre, non so bene neanch’io perché. E alla fine decisi di rimettermi in sella. Conobbi il Centro Internazionale del Libro Parlato di Feltre (che mio padre frequentava da tempo) e decisi di leggere per i non vedenti un nutrito estratto settimanale dal periodico più diffuso nella mia provincia.

Disponevo di un discreto registratore analogico Philips a due canali che mi permetteva di sovrapporre e mixare due tracce: una con la mia voce e un’altra con l’eventuale musica di accompagnamento. Nel caso in oggetto, le musiche erano tutte tratte dai Concerti per corno e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart: avevo scelto il corno perché mi faceva venire in mente il cornetto del postiglione e il giornale che registravo veniva distribuito soprattutto per posta, per cui mi sembrava una suggestiva associazione di idee corroborata d’altra parte dal fatto che quelle musiche erano realmente molto adatte al fine che mi ero posto. Anche se la cosa andò avanti per un anno soltanto, mi diede molte soddisfazioni e mi consentì di maturare un minimo di esperienza per affrontare anche la registrazione di alcuni libri di narrativa, sempre con una certa attenzione per la colonna sonora. E, soprattutto, ascoltai diversi audiolibri che mio padre prendeva in prestito dal Centro.

Poi, inopinatamente, andai in standby.

Per mio puro piacere, circa otto anni fa, registrai sei racconti di Dino Buzzati e li misi soddisfatto in archivio.

Finché, alla fine della scorsa estate, mi è tornata improvvisamente la voglia di ascoltare audiolibri. E così è stato. Ho scoperto alcune piccole case editrici che vi si stanno dedicando con passione e ho conosciuto qualche editore con il quale ho condiviso emozioni e riflessioni. Mi sono perfino messo a recensire qualche audiolibro, dopo aver constatato che in Italia non esiste un vero e proprio interesse giornalistico, serio e qualificato, per questo settore editoriale. Per il momento ho scritto pochissime recensioni e spero, nel mio piccolo, di avere tempo e modo di scriverne altre; e di riuscire anche così a sostenere chi opera professionalmente nel settore degli audiolibri, cui vanno tutta la mia stima e tutta la mia riconoscenza.

Santa Giustina, domenica 17 giugno 2012
Roberto Ghedini

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