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Riproduciamo integralmente un breve saggio di Umberto Tabarelli, affermato attore e regista, pubblicato nel suo sito personale, in cui traccia con precisione documentale una storia della lettura ad alta voce.
Nel 1995 si svolse a Bolzano un convegno intitolato “La lettura come progetto”. In quell’occasione tenni un laboratorio sulla lettura a voce alta e consegnai questo scritto, che fu pubblicato nel 1997, assieme ad altri materiali del convegno, dalla Editrice Bibliografica, a cura di Massimo Belotti.
La lettura a voce alta come atto critico.
Chi si occupa del linguaggio rileva l’importanza di alcune regole (grammaticali e sintattiche) fissate in seguito all’uso, che permettono a chi parla, ascolta, scrive o legge di comprendere e di essere compreso e inoltre di essere creativo, originale grazie ai modi combinatori di usare quelle regole. Un autore compone periodi lunghi, dotati di incisi e di proposizioni secondarie, un altro autore si esprime con frasi brevi e secche, cercando di usare solo il materiale linguistico essenziale: Tasso è diverso da Ungaretti; come in arte figurativa l’essenzialità di Mondrian e di Morandi è diversa dalla profusione di Mirò e di Klee. E le bellezze femminili di Botticelli sono diverse da quelle di Rubens, che hanno la cellulite.
La parola detta è corporea, fisica, sensoriale: è voce, vale a dire suono; come suono interessa un insieme di parti del corpo, in altre parole l’apparato fonatorio che produce ed emette la voce, e l’udito, che partecipa – regolandola- alla produzione della voce e in particolare la riceve.
Il pensiero prende forma attraverso le parole – intese come fatto sonoro – anche quando si pensa in silenzio. Si può ipotizzare che il pensiero e le parole si siano influenzati a vicenda, addirittura crescendo di pari passo: più pensiero più parole. Più oggetti e fenomeni sono conosciuti più s’inventano modi per determinarli, distinguerli, ricordarli. Succede ancora oggi con i neologismi. L’aumento delle parole e la loro articolazione hanno sicuramente aiutato l’evoluzione e la sistemazione del pensiero. Se stiamo attenti il pensiero risuona, soprattutto se viviamo un momento emotivamente forte. Ovvero esiste un rapporto reale fra la parolasuono e il pensiero, espresso a voce alta o silenzioso.
La scrittura più antica finora conosciuta e interpretata – quella dei Sumeri, risalente a circa il 3.500 a.C. – pare sia stata inventata per ragioni funzionali, per conservare la memoria di certi dati: i testi più antichi parlano di cereali e di ovini. Per molto tempo quella che noi chiamiamo letteratura è stata tramandata oralmente; successivamente all’invenzione della scrittura ci sono state redazioni scritte dei poemi religiosi o di altro genere, come i poemi omerici.
Esistono due scritture storiche largamente diffuse: una fatta di immagini simboliche (quella ideografica, come i geroglifici egiziani, che probabilmente hanno origini dalla pittografia, attraverso la quale, per esempio, comunicavano fino al secolo scorso gli indiani d’America), l’altra fonetica (quella alfabetica, che pare nasca sempre in Medio Oriente verso il 1500 a.C.). La scrittura alfabetica è composta di segni convenzionali, assolutamente arbitrari, inventati allo scopo di ricordare una serie di suoni prodotti dall’apparato fonatorio. Inizialmente i segni consideravano solo suoni consonantici. Pare siano stati i greci – verso l’VIII secolo a.C. – a dare sistemazione al proprio alfabeto, immettendovi segni che si riferivano anche ai suoni vocalici. A quel periodo si assegna la scrittura dell’Iliade, e, successivamente, dell’Odissea. E alcuni sostengono che la vocalizzazione dell’alfabeto abbia permesso il periodo alto della produzione filosofica greca, dando inizio, per esempio, alla logica formale, permettendo cioè di riflettere sulle condizioni che rendono un ragionamento corretto.
Due sono le “occasioni” che mi hanno spinto ad occuparmi di lettura a voce alta:
• -l’attività teatrale;
• -l’animazione nelle scuole.
Ovvero l’influenza degli elementi soprasegmentali – come dicono i linguisti -, cioè della recitazione, nell’attività linguistica espressiva; e il ribaltamento dell’atteggiamento educativo tradizionale, che ha permesso di mettere al centro dell’attenzione la persona del bambino e non più il concetto di “educazione”. Di riflesso, come una conseguenza logica, mi pare che al centro dell’attenzione ci sia sempre meno il testo e sempre più il suo rapporto con il lettore.
Una terza “occasione” è stata la riflessione su rapporto fra il potere e la comunicazione. Se il potere è totalitario (ufficialmente o ufficiosamente) si tenderà all’omologazione della comunicazione e a sottovalutare (a combattere) l’espressività individuale creativa, originale. Se il potere è sinceramente democratico, si tenderà a dare voce a più idee e comportamenti possibili, cercando contemporaneamente di rendere leggibili e confrontabili le diversità: infatti, un altro modo di togliere forza alle espressioni individuali è di non collegarle al contesto nel quale sono nate, rendendole prive di senso.
Comunque la mia competenza riguarda l’attività teatrale. Gli altri campi in cui mi avventuro sono solo camminate di un lettore.
Non parlo di una lettura a voce alta casuale. A mio parere la lettura a voce alta deve essere il risultato di una serie di scelte critiche del lettore, deve essere interpretativa. Così si attrae e si mantiene l’attenzione dell’ascoltatore, favorendone l’incontro con l’opera scritta, perché:
a) si offre una lettura critica, cioè in grado di dare risposte in tempo reale sulla comprensione del testo. La lettura intelligente (anche se discutibile), che non dà niente per scontato, neanche gli articoli, tende a creare un colloquio, rispondendo alle domande mute, continue e non sempre coscienti; quindi permette un atteggiamento disponibile da parte dell’ascoltatore, l’atteggiamento di voler capire;
b) si fa percepire il piacere della lettura per mezzo della sensorialità.
La lettura a voce alta deve cercare di rendere chiaro il testo, ma in modo vibrante, con una tensione di partecipazione, con una specie di filo conduttore, che ha ragioni critiche ed espressività sensoriali.
Chi legge a voce alta deve evitare di mettersi fra il testo e l’ascoltatore, facendo deviare l’attenzione sulla propria carica di fascino. Deve usare discrezione, non deve prevaricare. Ma anche l’ascoltatore deve seguire delle regole: soprattutto quella di seguire la lettura, non la persona del lettore. Il suo obbiettivo è capire, non cullarsi sentendo “la bella voce”.
Osserviamo che se noi abbiamo davanti un elenco di nomi di persone e li leggiamo a voce alta, la nostra lettura risulterà neutra se non conosciamo le persone. Ma se le conosciamo adopreremo inflessioni che – poco o tanto – caratterizzeranno il nostro rapporto con quelle persone. Cioè saremo portati a pensare mentre leggiamo e a dare valore a quello che leggiamo.
Questa è la ragione per cui chi legge i dati della borsa valori non deve avere inflessioni particolari: si potrebbe pensare che, mentre l’annunciatore legge, commenti la discesa di un titolo o si rallegri per il successo di un altro.
Avvicinarsi ad un testo con lo scopo di capirlo criticamente (e poi magari leggerlo a voce alta) implica un metodo di ricerca che abbia capacità di analisi di sintesi e inoltre di “navigare” nel testo, che a prima vista ci può apparire come frammentato, di cui scorgiamo solo alcune sporgenze emergenti nella nebbia. La capacità di “navigare” nel testo ci permetterà – con approssimazioni che dipendono dalla difficoltà del testo e dalla nostra preparazione, ma anche dal nostro interesse – di collegare i frammenti, di costituire degli insiemi, di conoscere il testo in modo approfondito.
Insisto:
la lettura a voce alta, tendenzialmente, non deve essere vista, ma ascoltata; allora è meglio ascoltare una registrazione? No, in effetti, il lettore può suggerire qualcosa anche col resto del corpo, purché non distragga dalla comprensione.
L’ascoltatore non deve sentirsi affascinato dal suono della voce. Deve stare attento per capire.
La lettura a voce alta nella considerazione di alcuni “grandi”

Partendo da alcune considerazioni sui problemi della traduzione, ecco cosa dice Croce rispetto alla lettura a voce alta:
Le artistiche traduzioni, e aspiranti all’infedeltà della bellezza, non sono solamente quelle, a cui finora si è avuto l’occhio, di una in altra lingua, né quelle che procurano di tradurre le opere di poesia in variazioni musicali, pittoriche e scultorie e nelle illustrazioni grafiche che fregiano o sfregiano le edizioni dei poeti; ma anche le altre che sembrano renderne più viva e concreta l’espressione: le rappresentazioni teatrali dei drammi composti dai poeti. Di queste, a parlare esattamente, autori non sono già Guglielmo Shakespeare, ma Garrick e Salvini; non già l’Alfieri, ma Gustavo Modena; non il Dumas figlio o il Sardou, ma Eleonora Duse. La poesia dei drammi non si gusta se non col leggere da solo a solo il dramma, che potrà essere artisticamente superiore, o anche inferiore, alla rappresentazione che se ne faccia, ma certamente è diverso. La stessa declamazione o recitazione di una poesia non è quella poesia, ma un’altra cosa, bella o brutta che si giudichi nella sua cerchia; e i poeti mal sopportano i declamatori dei loro versi, ed essi stessi non li recitano volentieri […] e quando si risolvono a darne lettura, non li gesticolano, non li drammatizzano, non li tuonano né li cantano, ma preferiscono dirli in tono basso, con certa monotonia, badando solamente a spiccarne bene le parole e a batterne il ritmo, perché essi sanno che quella poesia è una voce interiore, a cui nessuna voce umana è pari: è un cantar che nell’anima si sente.
(Benedetto Croce, La poesia, Roma-Bari, editori Laterza, 1980, pagina 95)
Può darsi che Croce avesse presente il modo di recitare dell’epoca, del “grande attore” che tendeva a porre l’attore davanti al testo, ad usare le parole per mostrare delle abilità un po’ da circo (come nell’opera lirica, dove, ancora oggi, un certo pubblico aspetta il do di petto per giudicare “l’interpretazione” del tenore). E’ convinto comunque che l’opera d’arte, ma forse qualunque opera, visto che accanto al grande Shakespeare cita il minore Sardou, sia “assoluta”, indeformabile, intoccabile. Sembra che Croce pensi che l’arte abbia un senso calvinista: che esistano degli eletti destinati a comprenderla; che non ci siano mediazioni fra gli eletti e l’arte; che a dare una mano ai non eletti siano – fra gli eletti – i sacerdoti.
Io credo che un testo offra quasi sempre difficoltà: dipendenti della sua complessità e dalle capacità del lettore. Ma la scuola e l’ambiente letterario hanno offerto al lettore solo sistemi di comprensione “indiretti”, aiutandolo di rado a fare una lettura propria, diretta, proponendogli di confrontare il testo con lui stesso. Va considerato prima di tutto che un lettore normale pratica di solito una lettura quasi globale, o generica: le frasi scritte sono percepite spesso come blocchi, di cui non si analizzano i componenti e le articolazioni. Questo capita soprattutto quando le parole sono lette solo come veicoli di informazioni strumentali, quando si legge un manuale o le pagine gialle. Ma anche la narrativa e la poesia sono lette senza dare peso ad ogni segno.
Questo modo di leggere è comune anche agli autori, quando si leggono a voce alta; spesso hanno il difetto di leggere dando per scontato il senso, e quindi capita di essere più o meno attratti dal suono della voce (Croce ci ha appena informati che i poeti “preferiscono dirli [i versi] in tono basso, con certa monotonia”), ma di stentare a seguire il filo, il pensiero. Io possiedo le registrazioni di alcune poesie di Bacchelli, Montale e Ungaretti lette dagli autori (ho sentito anche Saba). A mio giudizio, l’unico a dare una lettura critica di se stesso è Giuseppe Ungaretti. Che non era, come potrebbe accadere, un buon lettore: l’ho sentito leggere Leopardi esattamente come leggeva se stesso.
Se l’opera è stata scritta realizzando delle intenzioni, non casualmente, l’autore, quando la legge a voce alta, deve recuperarle tutte queste intenzioni: quindi dovrà leggere con grande concentrazione, senza lasciarsi sfuggire mai il senso. Leggendo penserà, ovvero lui stesso rifletterà, ponendosi di fronte al testo come a un fatto nuovo, da interrogare.
Le indicazioni di Croce, di cui non si discute il rigore del pensiero, il respiro europeo, hanno avuto forse una ricaduta sulla scuola: le opere d’arte sono state circondate da un’aura di intangibilità, che spesso ha provocato indifferenza e rigetto fra gli studenti. Certo, l’arte è fuori della convenzionalità, che tende a rendere facile la comunicazione, è molto spesso raffinata, sempre cólta (anche se di origini umili); occorre uscire dagli schemi quotidiani, talvolta fare fatica per comprenderla; ma quelle indicazioni hanno teso a cristallizzare l’arte, forse contro il volere di Croce (e di Gentile, autore di un Programma scolastico rigorosamente spiritualistico). O forse no.
Nella Giovinezza De Sanctis ricorda se stesso, invasato, gridare la Gerusalemme liberata sul bordo di una finestra; descrive scene alla scuola di Basilio Puoti (il purista!) dove si leggeva a voce alta. Azzardo l’ipotesi che il modo di pensare di Croce abbia contribuito a confinare la lettura a voce alta fra gli specialisti.
Su una posizione molto diversa si trovano Jorge Luis Borges e Roland Barthes. Qualche frase da Oral di Borges:
Eraclito disse (l’ho ripetuto tante e tante volte) che nessuno scende due volte lungo lo stesso fiume. Nessuno scende due volte lungo lo stesso fiume perché le acque mutano, ma la cosa più terribile è che noi non siamo meno fluidi del fiume. Ogni volta che leggiamo un libro, il libro è mutato, la connotazione delle parole è diversa. Inoltre, i libri sono carichi di passato […] Amleto non è esattamente l’Amleto che Shakespeare concepì agli inizi del secolo XVII, Amleto è l’Amleto di Coleridge, di Goethe e di Bradley. Amleto è stato fatto rinascere. Lo stesso succede col Chisciotte. E così con Lugones e Martìn Estrada: il Martìn Fierro non è più lo stesso. I lettori hanno arricchito il libro.
(J.L. Borges, Oral, Roma, Editori Riuniti, 1981, p. 22-24)
Pare che Borges sia d’accordo con Croce: con la differenza che Croce vuole che il testo sia indeformabile e Borges lo pensa in trasformazione continua. Intendiamoci, il lettore non arricchisce il libro arbitrariamente (nel senso di casualmente, senza ragioni). O almeno, Borges non dice questo.
Borges affronta il tema del libro e del lettore da un punto di vista letterario. Barthes da un punto di vista più complesso e articolato: storico, antropologico e semiologico. Il saggio a cui mi riferisco – affascinante per come tiene desta l’attenzione di chi legge – è contenuto nella voce Lettura dell’Enciclopedia Einaudi; non ha l’impostazione e l’andamento di un intervento scientifico, ma forse ne ha il peso.
Una tecnica di decodificazione: dati dei segni secondo un certo codice (scritture, musiche, diagrammi), la lettura è l’operazione inversa che permette di decodificarli. […] Poiché la lettura è una tecnica, essa comporta un apprendimento, e pertanto una pedagogia. Al primo livello […] leggere significa saper decifrare segni, in quanto essi significano qualcosa […] Al secondo livello, l’oggetto della lettura non è più la comprensione bruta dei segni, ma il senso di ciò che si ritiene essi trasmettano […] L’Occidente ha prodotto e praticato per secoli un metodo di scrittura […] che si è chiamato retorica; fino al secolo scorso nell’insegnamento si poneva l’accento sulla composizione e lo stile. All’avvento della democrazia borghese […] attraverso l’organizzazione dell’insegnamento laico, la parola d’ordine è mutata: non si è trattato più di imparare a scrivere, ma di imparare a leggere. Leggere vuol dire qui leggere bene, decifrare criticamente i testi; leggere con attenzione, in modo informato, e non più meccanicamente o innocentemente: si tratta di porre istituzionalmente, come fine dell’educazione, non più l’operazione della lettura (oggetto principale dell’insegnamento primario), ma l’attività della lettura, come sviluppo dell’intelligenza critica.
Sant’Agostino, in visita a Sant’Ambrogio, allora vescovo di Milano, si stupiva di vederlo leggere sempre in silenzio […] In realtà, dai tempi antichi la lettura non si concepiva che ad alta voce, sia in pubblico sia in privato, sia che si incaricasse di leggere uno schiavo, sia che si provvedesse da soli. La lettura silenziosa si diffuse nei monasteri verso il VI secolo, al fine di far regnare e di rispettare il riposo degli altri […]Il nostro modo corrente di lettura trova quindi origine nelle prime comunità monastiche, e la norma si è ribaltata dall’antichità: ad alta voce allora, a bassa voce – o senza voce? – oggi […] Si è operata una sorta di disincarnazione della lettura, una riduzione della parte del corpo […] essa non ha più un’esistenza carnale, è immediatamente spirituale. […] Così è il modello cristiano di lettura, senza godimento, una lettura che non passa per il corpo […] Per sbarazzarsi del mito cristiano della lettura, bisognerebbe cominciare a far passare il testo dalla strozza come faceva Flaubert, farlo risuonare, squillare nella testa, perseguire una lettura dei significante, quella del godimento.
(Roland Barthes – A.Compagnon, Lettura in Enciclopedia Einaudi, v. 8°, Einaudi, 1979, pp. 176/187)
Il punto di vista dei linguisti

La linguistica si è costituita ormai da molto tempo in attività scientifica, adottando metodi rigorosi, basati sull’esperimento e sulla logica formale. Que¬sto atteggiamento ha portato i linguisti ad occuparsi degli aspetti della lingua meglio osservabili, più “certi”: sono state privilegiate le regole della scrittura ri¬spetto a quelle del parlato, evanescenti e variabili da individuo a individuo (si parla di idioletti, cioè di un linguaggio per ciascun parlante). Ma alcuni ele¬menti del parlato sono rientrati, se non nello studio, nelle conoscenze dei lin¬guisti, prendendo il nome di elementi soprasegmentali (cioè immanenti ai mor¬femi, alle parole, alle frasi, ai segmenti che compongono il linguaggio scritto), chiamati anche tratti prosodici (in quanto connessi con la prosodia, cioè le in¬tonazioni e i ritmi; I timbri e i volumi, altrettanto importanti nell’attribuire sen¬so al parlato, risultano trascurati). Si aggiungono gli elementi paralinguistici, cioè l’insieme delle gestualità – la lettura teatrante di Roland Barthes – che ac¬compagnano, rafforzano e talvolta rendono esplicito il senso del parlato.
Pur tenendo presente che il linguaggio ha caratteristiche generali che non includono necessariamente il suono, è evidente il rapporto che lega la parola scritta a quella parlata, come sostiene Tullio De Mauro nella sua introduzione a La natura della comunicazione (a cura di R.A. Hinde, Laterza, 1977, p. XVIII).
Alla prima riflessione, il linguaggio verbale si presenta come vocalità e oralità, come voce […] a una riflessione più attenta, vediamo che […] esistono realiz¬zazioni scritte […} realizzazioni endofasiche (il linguaggio interiore), mimico-gestuali (il linguaggio verbale dei sordomuti), tattili (alfabeto dei ciechi) […] Tuttavia, è fuori di dubbio che, statisticamente, il linguaggio verbale ha una realizzazione soprattutto fonica e che il linguaggio endofasico interiorizza comportamenti fonici e immagini acustiche…
Nella lettura a voce alta noi non esprimiamo immediatamente il pensie¬ro nostro con parole nostre, come nella conversazione, ma riproduciamo la lingua scritta. E siamo portati a decodificare i segni trascurando il senso, co-me sottolineava Barthes. Questa è una delle ragioni per cui, quando leggia¬mo a voce alta, stentiamo ad essere “naturali”, avvertiamo che si parla in modo deformato.
Un’altra ragione – forse più importante – di questo senso di falsità nella lettura a voce alta è che, anche se capiamo benissimo il senso, il parlato tende a non coincidere col pensiero; si può non essere d’accordo con quello che si legge e possiamo anche farlo capire, ma dobbiamo essere convincenti, pensando le parole che leggiamo: se non accade questo, il senso di falsità persiste anche se il lettore è l’autore.
Come fa il lettore a capire il testo in modo approfondito? come fa il critico di professione a dare ai poveri lettori mortali la chiave di lettura?
Se mi chiedo Perché sento questo ticchettio, posso rispondere soltanto se di¬spongo della conoscenza sta piovendo. Chiediamoci allora: come fa, chi legge un brano, a disporre delle conoscenze che gli consentono di rispondere alle domande sul perché delle varie conoscenze che estrae dal brano? […] In pri¬mo luogo […] una conoscenza del brano viene spiegata da un’altra conoscen¬za che il brano stesso, in un altro punto, fornisce. In secondo luogo la cono¬scenza che spiega può essere già posseduta dal lettore prima di leggere il brano […] In terzo luogo, la conoscenza in questione può venir generata dal destinatario seduta stante […] La generazione di conoscenze avviene mediante l’applicazione di regole di inferenza su conoscenze già possedute…
(“Per una educazione linguistica razionale”, a cura di Domenico Parisi, Bologna, II Mulino, 1979, p. 139-140)
Credo che questo ragionamento spieghi come sia possibile leg¬gere a prima vista. Il lettore a prima vista sbaglia se si distrae, se non capisce, se, per qualche ragione, non c’è coincidenza fra lettura e pensiero.
Per capire, occorre che il lettore aggiunga il “contesto”, ovvero la “situazione”, come precisa Monica Beretta:
Altro elemento pertinente gli atti di comunicazione è la situazione. Sotto que¬sto nome vanno riuniti moltissimi fattori: il tempo e il luogo in cui avviene l’atto della comunicazione, e gli elementi (oggetti, persone…) compresenti (il cosiddetto contesto extralinguistico); i ruoli dell’emittente e del ricevente; il sottinteso, cioè l’insieme delle conoscenze che l’uno presuppone nell’altro; le norme sociali ed i valori condivisi nella cultura cui appartengono emittente e ricevente…
(M. Berretta, Linguistica ed educazione linguistica, Torino, Einaudi, 1977, p. 60-61)
I linguisti a cui si devono le citazioni appena riportate, ponendo l’atten¬zione sul significato della comunicazione, avanzano un’ipotesi interessante:
Un altro tentativo teorico di cui ci pare valga la pena di far cenno è la cosid¬detta scopistica – o, meglio, teoria degli scopi – di D. Parisi ed altri collabora¬tori dell’Istituto di psicologia del cnr di Roma. Secondo questi autori, l’attività verbale è del tutto analoga al comportamento non verbale; azioni linguistiche e azioni in genere sono analizzabili in modo simile dal punto di vista degli scopi. Le singole azioni di un individuo, che dall’esterno possono apparire del tutto indipendenti l’una dall’altra, collocate in sequenze meramente temporali, se studiate nell’ottica dei loro obiettivi o scopi appaiono talvolta collegate, ap¬punto, da scopi comuni, anzi, da intere gerarchie di scopi (obbiettivi imme¬diati, e obbiettivi più o meno lontani – sovrascopi -).
(M. Berretta, Op. cit., p. 127)
Limitando il campo alle opere creative (racconti, romanzi, poesie, testi teatrali), la lettura a voce alta, evidenziando gli elementi soprasegmentali, è in grado di dare continuamente chiavi di lettura che permettono al lettore di rispondere più frequentemente ai “perché” che il testo sollecita. La comprensione avviene soprattutto se la lettura è critica, se segue cioè il filo logico di una interpretazione.
Naturalmente, seguendo questa ipotesi, non è possibile che un testo possa essere “oggettivo”: il testo può essere più o meno esplicito – chiarire più o meno i suoi sovrascopi -, ma il senso lo può dare solo il lettore, il ri-cevente. Il testo di Amleto è stato interpretato – correttamente – da molti at¬tori, registi, scenografi, critici (ricordate Borges?), con risultati diversi.
La scuola tende a privilegiare l’aspetto formale nell’apprendimento della lettura. Per varie ragioni di carattere sociale è frequente il caso di studenti della scuola superiore che non sono bene alfabetizzati. Un libretto intitolato “Lo stupidario della maturità” da esempi drammatici, estendendo le difficoltà al corpo docente. (M. Vigliero Lami, Lo stupidario della maturità, Milano, Rizzoli, 1993).
Io ho la sensazione che la lettura a voce alta possa avere un’influenza notevole sull’apprendimento secondario della lettura, quello della comprensio¬ne. Uno dei motivi mi pare sia il ritrovare nei codici della scrittura qualcosa del nostro corpo: credo molto – contrariamente a Croce – nella lettura senso¬riale. E non trovo strano che la sensorialità mi faccia nascere dei pensieri. E che i pensieri possano farmi sorridere o rabbrividire.
È ovvio che la lettura a voce alta non è un’attività orale “pura”, come quella degli antichi autori di fiabe e miti, ma è strettamente collegata con la scrit¬tura. Si leggono opere scritte che seguono le regole della struttura formale, grammatica e sintassi (più o meno, perché gli autori, attraverso lo stile, tendono a personalizzare il linguaggio e le sue regole). Il lettore a voce alta analizza cri¬ticamente il testo e quindi, servendosi della propria competenza soprasegmentale (o prosodica), lo propone direttamente agli ascoltatori. Si dirà “non proprio diret-tamente, perché è filtrato attraverso la personalità interpretativa”? certamente, così come qualunque critico non può esimersi dal fare, neppure Croce, che non aveva simpatia per Pascoli e Mallarmé. La differenza è che il critico offre le sue parole, non quelle dell’autore (se non per citazioni).
Questo discorso non deve essere inteso in modo massimalistico: può avere significato in particolare nell’ambito delle opere creative; in quelle di tipo manualistico, scientifico o di informazione si può co¬munque aiutare la comprensione dipanando il filo ritmico delle frasi. Comunque, in certi casi – la lettura dei dati della Borsa o l’enunciato di un teorema – bisogna legge¬re col massimo sforzo di oggettività, rinunciando, ovviamente, all’interpretazione.
Il parere dell’antropologo

Un altro punto di vista interessante per il nostro tema è quello degli antropologi¬. In che modo è diversa la società che scrive rispetto a quella che tramanda oralmente? La scrittura ha aiutato il pensiero a compiere molte conquiste; ma forse riflettere sull’epoca dell’oralità può ridarci qualche virtù perduta. Già Barthes ci ha detto qualcosa da questo punto di vista. Sono famose le ricer¬che e le deduzioni di alcuni antropologi – da Frazer a Lévi-Strauss – sui po¬poli che ancora oggi vivono all’interno di culture orali. Secondo Ong
[…] in tutti i mondi meravigliosi aperti dalla scrittura risiede ancora l’espres¬sione orale: tutti i testi scritti, per comunicare, devono essere collegati, diret¬tamente o indirettamente, al mondo del suono, l’habitat naturale della lingua. Leggere un testo significa convertirlo in suono con l’immaginazione, sillaba dopo sillaba in una lettura lenta, oppure sommariamente e per frammenti nel¬la lettura veloce tipica delle culture a tecnologia avanzata. La scrittura non può mai fare a meno dell’oralità.
(W.J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Bologna, II Mulino, 1986)
La lettura a voce alta non va intesa come qualcosa di alternativo alla lettura silenziosa, magari proponendo un ritorno alla cultura orale. Si tratta solo di restaurare un buon rapporto fra la parola detta e quella scritta, ascol-tando la realtà intera della parola mentre la si pensa, la si scrive e la si leg¬ge. Di ascoltare il ritmo della sintassi, l’intonazione del periodo, il timbro del brano. Pensando alla musica, quale compositore ha mai pensato di scrivere solo per la lettura silenziosa? È vero che la tradizione della scrittura verbale ha modi diversi da quella musicale; ed è vero che le riflessioni di letterati, critici, filosofi, linguisti hanno ragionevolmente delineato gli spazi propri di questa straordinaria invenzione e i suoi meriti nell’evoluzione del pensiero; ma non si tratta di invocare il ritorno alla natura: solo di tenere presente che i modi della civilizzazione hanno ridotto o annullato alcune delle nostre ca¬pacità, ancora presenti, se non altro come eco, in pochissime società chiuse, re¬perti archeologici viventi, ma anche in varie comunità che conser¬vano un filo esistenziale col loro passato. Un esempio sono i neri d’America, che hanno abbandonato la cultura orale solo da qual¬che generazione, e memorie importanti di tradizioni e di mentalità orali sussistono in molte aree agricole; ricordo inoltre le ricerche sul campo di Milman Parry (il cui nome è legato alla teoria sulla questione omerica), che registrò canti di bardi iugoslavi, analizzati e sistemati da Bela Bartók durante l’esilio americano. Ricordiamoci che viviamo da parecchie decine di migliaia di anni: abbiamo perso un bel po’ di olfatto, di vista, di udito e probabilmente di al-tre doti “primitive”. Non possiamo provare a recuperare qualcosa, senza per¬dere nulla delle conquiste dei secoli recenti? Un rapporto nuovo tra voce e scrittura, per esempio. La voce è un gesto, produce suoni significativi.

(Questo saggio di Umberto Tabarelli è stato pubblicato nel sito http://web.tiscali.it/umbertotabarelli/ dove si possono avere altre informazioni sull’attività dell’autore e una ricca bibliografia sulla lettura)

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