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Presentiamo questo contributo di Giuseppe O. Longo, scienziato, scrittore e traduttore, sul rapporto fra narrazione ed ascolto. Ci sembra di grande interesse culturale e perfettamente coerente con la visione de il Narratore.

“Da quando nasce a quando muore ogni persona narra, si narra e si fa narrare storie. E queste storie, frutto d’invenzione o rielaborazione di eventi vissuti, forniscono a ciascuno di noi il materiale per costruirsi una personalità, un mondo interiore in cui l’immagine del sé possa abitare ed evolversi. Ogni storia modifica l’immagine del mondo e l’immagine del sé nel mondo. E ogni ricordo si modifica di continuo sotto l’azione dinamica, corrosiva e accrescitiva delle emozioni, dei sentimenti, dei desideri e dei timori. Noi siamo le nostre storie.
– Mi scusi, ma Lei forse vive troppo nella memoria. Creda a me, i ricordi ci rendono schiavi, c’impediscono di vivere. Dei ricordi bisogna liberarsi. Sono le scorie dell’anima e come tutte le scorie hanno in sé certe qualità tossiche che alla lunga inquinano. E tanto più inquinano, i ricordi, quanto più sono profondi e radicati. Ci predispongono alla malinconia, al rimorso, all’accidia. Guardi questa città, è piena di un passato di cui non sa liberarsi. Ricordi e ricordi di ricordi, schegge, frammenti, pagliuzze inconsistenti che ricadono stanche, consumando la volontà di fare. Nella memoria vedo una certa incompatibilità nei confronti della vita. […]
Pausler aveva ragione. Dei ricordi non bisogna fidarsi. I ricordi sono sempre filtrati da lenti e da specchi fesi, da prismi incrinati, deformanti. Non esistono ricordi fedeli. I ricordi mutano come la forma delle nubi. Languidi cadaveri flottanti nel mare verdemare. Vent’anni fa un uomo ha commesso una mascalzonata, la sua memoria si è messa subito al lavoro, come una talpa o un litodomo, e pian piano, scavando e perforando e rumando assiduamente, ha trasformato quella mascalzonata in una buona azione o almeno in un atto giustificato dalle circostanze. Adesso, quando l’uomo ripensa a quel momento lontano, si sente commosso dalla propria bontà e si aspetta dagli altri riconoscenza e stima. Oppure, al contrario, l’uomo ha agito in stato di necessità, ma ancora una volta la memoria ha travisato i fatti e oggi gli lacrima addosso l’acido corrosivo del rimorso. […]
Ma forse accade di peggio, rifletteva Guido […], perché se nel ricordo il male trapassasse semplicemente nel bene e viceversa le cose sarebbero ancora abbastanza chiare. Invece la bontà si mescola intimamente con la malvagità, formando una grigia poltiglia. Tutti i ricordi tendono a un tepido miscuglio in cui non è possibile rintracciare le stalagmiti gelate o le cortine di fiamme che cingevano il nostro capo all’inizio. Così, più un fatto è lontano nel tempo più viene filtrato e distorto dal prisma stratificato degli eventi successivi, trascolorando nel verdognolo uniforme del vetro troppo spesso, che falsa ogni colore. Basta che passi abbastanza tempo e tutti i fatti diventano lo stesso fatto, spappolato e insapore.
(Da La gerarchia di Ackermann, Mobydick, Faenza, 1998)
Ma le storie servono anche per modificare il mondo ‘dato’, lo semplificano e lo portano al nostro livello. Il mondo dato è così caotico e complesso che per sopravvivere dobbiamo semplificarlo: e lo facciamo in molti modi: con l’arte, con la scienza, con la musica, con la tecnologia: e soprattutto con le storie. Le storie assumono forme diverse, dal mito alla poesia, dalla leggenda alla cronaca, ma tutte hanno in comune la creazione di un mondo. E i mondi sono tanti.
Eppure, di quando in quando, qualcuno, dentro il suo minuscolo universo che rotea negli spazi dell’altro più grande e vero Universo, tende l’orecchio e crede di udire un certo canto e un’armonia che vengono da un tempo così lontano che il tempo non c’era ancora. Ma forse quel canto è solo nel suo cuore.
Esistono tanti universi: in alcuni c’è la vita, in altri no, in alcuni c’è l’uomo, in altri c’è solo il tirannosauro, in altri solo il basalto. Uno è il mondo dove noi abitiamo, un altro è il mondo dove Socrate è ancora vivo e Tutankamen non cessa di morire, e ce ne sono infiniti altri. Passare dall’uno all’altro di questi mondi non è dato a tutti. Solo a volte, in un istante di suprema felicità, per una di quelle coincidenze che si chiamano miracoli, l’universo partorisce dal suo seno gigantesco un ponte multicolore, trasparente e sfrangiato e lo protende sopra i baratri del tempo. Il ponte oscilla lievemente a una brezza che viene dal nulla e ci mostra un paesaggio vertiginoso, un cielo di diaspro solcato da grandi vascelli o da pterosauri di sogno, ghiacci e foreste, una selva di grattacieli, figurine minuscole che si affacciano con curiosità sul nostro mondo da quell’imboccatura di luce. Quali domande si fanno su di noi quegli esseri? Sognano anch’essi di fuggire nel nostro universo, come noi nel loro, per scampare alle miserie quotidiane? Basta essere infelici perché si apra davanti a noi una di quelle porte fatali?
La fantasia dà ali al nostro dire
e il fantastico è l’unica cosa di cui c’interessa parlare.

A proposito della narrazione e della magia che essa opera sul nostro più intimo “sé”:

Ora l’uomo non vede più davanti a sé il viso della donna, il suo narrare cerca solo sé stesso. Col suo dire l’uomo giunge fino alle soglie dell’indicibile. Quelle soglie non può varcarle, ma dal contatto con l’indicibile qualcosa scaturisce, così che pur non potendosi dire dell’indicibile nulla, qualcosa tuttavia si finisce col dirne. Come un’eco che torni da una grande muraglia irraggiungibile, immersa nell’oscurità del mondo, e ci parli dello spessore e del colore e della liscia grana compatta di quella sterminata muraglia. Lo spazio fra il detto e l’indicibile si riempie così di un vivo mistero che parla con noi e lungamente ci chiama: e questo è il racconto. E anche il tacere che si fa dell’indicibile è una traccia, un indizio che ci rassicura della sua tenace presenza.
Perché, in fondo, l’indicibile è l’unica cosa di cui c’interessa parlare.
Il confine tra il detto e l’indicibile, la sottile zona piena di inquieti richiami dove l’uno non può penetrare e l’altro, penetrandovi, si dissolve, è l’esigua striscia di spazio che separa le acque del fiume dalla sua riva folta di alberi e di cespugli. Chi naviga sul fiume non può penetrare nella foresta e nei villaggi che essa nasconde, pure da quei villaggi gli giungono profumi e suoni e voci e fugaci bagliori.
Dire come in quei villaggi si viva o per quanto spazio si estenda la foresta è impossibile, ma è sempre verso le profondità del villaggio, verso la vita inconoscibile dei suoi abitatori, verso lo sguardo dolce delle sue abitatrici che il navigante si protende con struggimento: perché l’unica cosa che gli sta a cuore è ciò che si nasconde nella foresta, oltre le sponde del fiume. Questo è lo scopo del viaggio: e benché da tempo abbia capito che non potrà mai soddisfare la sua ansiosa curiosità, il navigante continua a risalire il fiume, a contemplare il profilo nero della foresta contro il cielo della sera, e tende l’orecchio al discorde brusio che sale nell’aria e si spegne come cala il sole.
* * *
Ma l’uomo potrebbe raccontare qualunque altra cosa alla donna. Potrebbe narrarle dei muri corrosi che una risiera abbandonata leva nel tramonto, di una fornace dov’è stato consumato un delitto, di un immenso ponte di ferro che scavalca rugginoso un lago. Tutt’intorno i fiori ondeggiano al vento e due bambine camminano lungo un viottolo e d’improvviso entrano nell’ombra: e questo magari alcuni anni o decenni prima.
Purché in ciò che viene detto vi sia, come un’eco attutita ma viva, il brusio assiduo dell’indicibile: purché la risiera, il ponte, i fiori nel vento ci sussurrino l’inesprimibile, com’è inesprimibile trascorrere la vita in un sobborgo di Londra, in un’isola dell’Egeo, in una casa piena di ringhiere. O il fatto che le bambine che vent’anni prima spariscono nell’ombra portino un vestitino chiaro e un cappello con un nastro viola. Com’è inesprimibile un modo di ammalarsi, una fanfara, un inverno, fare un figlio, venire al mondo e ritrovarsi in questo vasto luogo rimbombante e confuso, amare toccare vedere, e poi riempirsi di un silenzio nero e stanco.
* * *
Il vento ora rinforza, il tramonto si avvicina e le grandi vele dell’ombra scendono dal palazzo a coprire i ciottoli della piazza. L’uomo narra, la donna ascolta in silenzio, ma il suo silenzio è eloquente come le parole dell’uomo, perché in esso troverebbero spazio le parole che lei potrebbe dire e non dice, parole che narrerebbero la stessa e diversa storia che narra l’uomo e che via via si ricrea dentro di lei, mentre qua e là nell’oscurità precoce della foresta cinese si accendono i lumi di presenze antichissime.
E questa stessa e diversa storia la donna potrebbe un giorno narrarla a sua volta a uno sconosciuto in un pomeriggio di sole e di vento su una vasta piazza colma di tensione.
Intanto, indifferente alle parole con cui in un’altra parte del mondo un uomo ne parla e alle parole con cui una donna potrebbe parlarne, il gran fiume scorre tra valli e montagne, lambendo con le sue acque i villaggi preistorici.
E le immagini del fiume e della foresta e degli abitatori e dei focolari e delle montagne aguzze si moltiplicano nelle parole dell’uomo per quanti furono e saranno i suoi ascoltatori, riempiendosi il cielo di vaporosi aquiloni.
(da “Ricordo di viaggio. Congetture sull’inferno”, Mobydick, Faenza, 1995)
Per quanto riguarda l’ascolto, c’è un legame inscindibile tra la narrazione e la parola parlata e ascoltata. Quando, nelle inquiete notti che immaginiamo abitate dal terrore e dall’ansia, i nostri antenati preistorici, accosciati intorno al fuoco, ascoltavano il Narratore che trasfigurava la realtà del giorno col suo racconto — un racconto primitivo, disarticolato e petrigno, che però conteneva e prefigurava tutti i racconti futuri, dall’Iliade alla Recherche — quando un fremito di emozione trascorreva le membra degli umani, che rabbrividivano al tocco delle grandi mani della parola, quando i demoni alati passavano bassi sull’orda facendo oscillare la fiamma, allora si compiva il miracolo della Parola: davvero in principio era il Verbo.
Mesi fa presentai a Dobbiaco La gerarchia di Ackermann, in un luogo arroccato e fiabesco che si chiama Casa Englös, e scrissi queste righe:
Le parole non dicono nulla, eppure abbiamo soltanto parole
e cerchiamo, con le parole, di sondare quel lontano muraglione che si erge tutt’intorno a noi a racchiuderci (o forse, chissà, a proteggerci da altre e più tremende visioni): gridi, le parole, che lanciamo a saggiarne la compattezza, e la grana e lo spessore, il colore inimmaginabile (cenere, bartino, isabella: o lapislazuli).
Qui, adesso, a custodirci nell’alveolo pacificato di Casa Englös, questi muri spessi, le finestre piccole, protette da tendine gelose: fuori si addensa un temporale (lo sapremo dopo, quando dovremo guadare torrentelli in piena come serpenti di mare arroncigliati), ma ora – qui dentro – la calma; e il ribollire magmatico della Gerarchia si placa, si stempera come le ondate si attutivano contro le palizzate serene della nostra infanzia; attraverso gli strati del silenzio filtra dalle parole una luce di bontà, come di Angeli-Engel-Englös che abbiano sorvolato le foci innumerevoli dei fiumi o gli umidi approdi dei laghi montani (sì, le montagne, fuori, alte alte: i faraglioni del mondo).
Eppure le parole, quel narrare, tutto quel dire, girando intorno a Eva Farkas, a Tramer, a Kühlmorgen in ruote larghe come rapaci nel pigro meriggiare; quell’accumularsi di verbi, di aggettivi, di racconto – alla fine illumina qualcosa, qualcosa ne scaturisce: ma che cosa? Scompaiono i visi dei presenti, le finestre piccole della Casa Englös, il tambureggiare del tuono: resta lo strazio di Eva quella domenica di marzo di tanti anni prima, restano le ore trascorse nel posto di polizia a Budapest, restano i violini del Kárpátia, resta il rintocco della campana che non finisce più di battere le ore, che vibra e che ronza e che chiama (chi? chi?) e che ancora vibrerà e chiamerà quando avrà smesso di battere quelle lentissime ore di notte.
E quando infine la campana tacerà, Guido Marenzi sarà ancora lì, davanti al portone, nell’atto d’infilare la chiave nella toppa, un po’ curvo (non sappiamo né sapremo mai di che colore abbia gli occhi), e sarà lì per sempre: non sta solo per entrare nel palazzo di via XXX Ottobre, non sta solo per salire le buie scale sonore, non sta solo per incontrare la signora Missio: sta rinnovando per noi la magia ripetuta del racconto, di quell’ancestrale “c’era una volta” che distoglie da tutto, che fa volgere gli occhi al narratore e predisporre all’ascolto, che crea una sospensione in cui la vita si arresta per far cominciare una vita più vera e profonda: la vita che scappa, che corre (vavùmm, vavùmmm, vavùùmmm… come un vento inarrestabile nero rapinoso), la vita può, allora, darci un po’ di requie: il racconto, narrare e narrarci, insieme, per tender le braccia a quel muraglione lontano che non vedremo mai, ma che forse è l’unica cosa che sogniamo di vedere.
Oggi non si legge più, soprattutto non si legge più ad alta voce, altri riti si compiono nel chiuso delle case o nei luoghi degli incontri. Forti invasori hanno preso possesso del nostro tempo, hanno catturato la nostra attenzione. Non si ascoltano più le storie, ma delle storie abbiamo bisogno, siamo presi, a sera, dalla nostalgia. Di giorno, incalzati da stimoli inarrestabili, sopraffatti dalla complessità di un mondo artificiale che avevamo creato per sconfiggere il peso della natura e che invece ci travolge, non abbiamo più il tempo e la pazienza di ascoltare e obbediamo alle nostre macchine. Eppure, a sera, nel silenzio che si aduna dalle colline e dai laghi, abbiamo nostalgia delle storie e della voce che le narra.
Leggere con gli occhi non basta, non basta leggere con la mente e neppure leggere con il cuore, chi è capace: bisogna leggere con tutta l’anima-corpo, così come bisogna scrivere con tutta l’anima-corpo. Ogni narrazione è fatta dal mondo su sé stesso e per sé stesso, anche se il narratore presta mano e occhio e sangue.
La narrazione coinvolge una molteplicità inestricabile di piani e di livelli. Ogni storia è fatta d’intreccio, di parole, di frasi, di emozioni, di suoni. E di silenzi. Una storia che non sopporti la lettura ad alta voce, che non suoni come un’arpa quando viene eseguita dalla voce umana, manca di qualcosa.
Il suono della parola parlata è parte della storia e non si può eliminare, come non si elimina dall’oro il colore dell’oro: senza quel biondo non ci sarebbe più l’oro.”
Giuseppe O. Longo
Trieste, ottobre 2000

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