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Non riuscite a seguire il flusso di una narrazione fatta da una voce che legge un romanzo? Ascoltare con continuità vi riesce faticoso e talvolta persino penoso? Fate fatica anche a seguire il discorso di un famoso oratore che espone le sue idee in una conferenza?

Tutti casi in cui è evidente la scarsa abilità di ascoltare, un’abilità che viene appresa proprio come si apprende l’abilità di leggere, di scrivere, nuotare, giocare a calcio o cucinare. E, ahinoi, non ci sono scuole che insegnino e affinino questa preziosa attitudine umana.

Le considerazioni che trovate qui sotto si riferiscono alla capacità di ascoltare ‘tout-court’, ma valgono, mutatis mutandis, anche per l’ascolto di una voce che racconta una storia.

Sembrerà una tautologia, ma la ragione principale per cui molti non sono dei buoni ascoltatori sta nel fatto che… non ascoltano. La capacità di ascoltare inizia con il prestare attenzione e se si conoscono i motivi per cui non ci si riesce, allora questo rappresenta già il primo passo per superarli e iniziare il percorso del ‘buon ascoltatore’. Vediamone i tre più ricorrenti:

Preferisco parlare

Parlare sembra essere molto più utile e attraente che ascoltare, e quindi, in generale, la gente cerca di parlare invece che ascoltare. Infatti parlare sicuramente veicola più bisogni e desideri personali che ascoltare. Quando parlo ho il controllo (si suppone) di quello che viene detto e posso guidare la conversazione verso quello che scelgo io stesso. Inoltre quando parlo sono io il centro dell’attenzione e ciò fa aumentare il mio sentimento di identità.

Parlando ho maggiori opportunità di ottenere i miei obiettivi, per esempio dicendo ad altri di fare cose che ho bisogno che facciano per me. Mantengo la conversazione sui binari dei miei propri fini e prevengo gli altri dal dire cose che non hanno alcun interesse per me. In altre parole parlo perché ciò mi aiuta a star concentrato sul mio ‘Ego’ e quindi, da questo punto di vista, ascoltare è superfluo.

 

Mi distraggo

Quando parliamo pronunciamo in media dalle 200 alle 250 parole al minuto, ma ne possiamo ascoltare dalle 300 alle 500 al minuto. Pertanto quando qualcun altro sta parlando mi distraggo facilmente con i miei pensieri, i quali possono essere anche innescati da qualcosa che dice il parlante. Quando poi rientro nel flusso dell’ascolto mi accorgo che ho perso il filo della conversazione e invece di sentirmi imbarazzato in realtà annuisco e sorrido sperando che nessuno se ne accorga.

Se in qualche modo presto attenzione al parlante in realtà spesso non sto veramente ascoltando quello che sta dicendo, ma cerco fra le sue parole e le sue pause il momento adatto per inserirmi con la mia risposta.

Se decido di rispondere al parlante allora interrompo l’ascolto per evitare di dimenticare quello che sto per dire e ho la necessità di recuperare dalla memoria i pensieri e le parole per esprimerli, altrimenti rischiano di andare perduti. Mi concentro allora su me stesso anche per cercare i migliori modi per comunicarli all’interlocutore. Ho perduto perciò il significato di quanto stavo ascoltando.

Non mi interessa

Certo è che le difficoltà nell’ascolto dipendono però anche dallo stesso parlante il quale è responsabile per ogni parola che pronuncia, così come l’ascoltatore lo è per ogni parola che ascolta. Il parlante pertanto può inibire l’attenzione dell’ascoltatore tramite:

– L’uso di un linguaggio ‘noioso’

– L’uso di un linguaggio ‘difficile’

– L’uso di un linguaggio piatto e privo di tono

– Parla senza l’aiuto dei segnali del corpo

– Parla senza prestare attenzione all’ascoltatore

– Insulta l’ascoltatore anche senza averne l’intenzione

– Parla di cose che non interessano minimamente l’ascoltatore

– Parla troppo a lungo

– Non dà all’ascoltatore l’opportunità di replica

 

Naturalmente tutto ciò non assolve la persona che dovrebbe ascoltare, sebbene un tal parlante gli renda la vita veramente difficile…

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