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In occasione del secondo centenario dalla nascita di Charles Dickens Roberto Ghedini, professore di lettere che da tempo segue il Narratore, ha inviato una sua recensione del Canto di Natale.
Il professor Ghedini dapprima illustra la poetica del celebre scrittore inglese, avvalendosi anche dei commenti di altri autorevoli critici, e successivamente descrive il valore di un’opera come il Canto di Natale e la sua restituzione in audiolibro.
Una lettura che consigliamo a tutti coloro che abbiano ascoltato – o intendano ascoltare – l’opera di Dickens.
Ringraziamo Roberto Ghedini e tutti i ‘lettori di audiolibri’ che, come lui, amano condividere conoscenze, riflessioni ed emozioni.

Il 7 febbraio scorso ricorreva il bicentenario della nascita di Charles Dickens (1812-1870). Quel giorno anche Radio3 gli ha reso omaggio con ‘Grandi speranze per tempi difficili’, una puntata speciale di ‘Farhenheit’ condotta da Marino Sinibaldi, che ci consente di fare il punto su uno scrittore popolarissimo quanto discusso e controverso, nonché di introdurre l’audiolibro in oggetto.
Simonetta Agnello Hornby, ad esempio, ribadisce che “il grande Dickens è stato un cattivo marito e un padre non buono”, aggiungendo che “spessissimo i grandi uomini – la gente che fatica per gli altri – in famiglia hanno poco da dare”: è questa, in estrema sintesi, la fondamentale ambiguità (o ambivalenza) di uno scrittore, il cui patetismo prenderebbe corpo in storie tormentate fino all’eccesso e in personaggi perseguitati dagli uomini e dalla sfortuna fino all’inverosimile.
Riascoltando a distanza di quasi quarant’anni la puntata delle ‘Interviste impossibili’ di Radio3 dedicata a Dickens (interpretato da un Carmelo Bene quasi caricaturale), si avverte abbastanza distintamente che l’origine di tante discussioni e controversie consiste in un pregiudizio non sempre suffragato da una conoscenza approfondita delle sue opere. Come viziata da un pregiudizio sembra la critica di George Orwell, secondo il quale “Dickens analizza la realtà sociale in modi alla Marx ed Engels, ma non va oltre a questo assunto” e quindi si ferma sulla soglia.
Ci ammonisce però Marino Sinibaldi: “il mondo di Dickens non è un mondo a parte”; e la misura che pare colma e tracimante nei suoi romanzi deriva semplicemente dal “suo vorace interesse per gli uomini” (Carlo Fruttero). Conoscere gli uomini per poterli cambiare e con essi provare a modificare le strutture in cui le loro relazioni si declinano: ecco allora la solida coscienza civile di Dickens, la sua lotta contro le ingiustizie e le disparità sociali, il suo impegno diuturno per migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tanti vinti e oppressi (lui stesso aveva incominciato a lavorare a dodici anni in una fabbrica di lucido da scarpe per pagare i debiti del padre). Il suo è un interesse anche giornalistico (Andrea Brivio lo definisce “un blogger ante litteram”), ma è soprattutto un interesse sociale e politico nutrito da una sconfinata fiducia nel potere pedagogico ed educativo della scrittura, corroborata d’altra parte dall’imperituro successo e dalla immensa notorietà ottenuti ancor in vita con la pubblicazione dei suoi libri, seppur sempre coadiuvata da una meticolosa opera di promozione e divulgazione gestite in prima persona.
Un’altra questione aperta è quella dello stile in senso stretto. Nadia Fusini dice che Dickens “ama la realtà e la vuole conoscere”: ma esiste un vero e proprio realismo dickensiano? Per Giorgio Montefoschi lo scrittore fu molto amato da Dostoevskij per la sua capacità di “affondare nell’oscurità dell’animo umano: nel suo mondo letterario c’è tutto, non manca niente, eppure tutto ha una connotazione onirica e un’aura fiabesca”.
“Creare uno sfondo estremamente realistico che funzioni, dove si possa ritrovare la realtà che c’è anche fuori casa, che chiunque può vedere, e su questo sfondo mettere dei personaggi caricaturali, grotteschi; i quali, proprio in quanto caricaturali e grotteschi, non sono realistici”: così si esprime a riguardo Alessandro Vescovi. “Nella sua recente versione cinematografica di ‘A Christmas Carol’ (2009) – prosegue – Robert Zemeckis ricostruisce Londra in modo maniacale, mentre i personaggi, interpretati da veri attori ripresi con la tecnica del ‘motion capture’, risultano grotteschi, caricaturali”.
In altre parole, c’è un realismo dello sfondo su cui si stagliano figure umane tutt’altro che realistiche; ed è così che quella che sembrava una ambiguità dello stile si rivela uno sdoppiamento della percezione, determinato da una rappresentazione in cui ciò che viene messo in primo piano è reale e definito soltanto fino a quando non travalica nella dimensione del sogno; di una realtà cioè soltanto possibile, alternativa o vagheggiata, che dalla dimensione della fiaba mutua gli eroi e le peripezie spesso inverosimili in cui costoro devono riuscire a districarsi per ristrutturare se stessi, ritrovare la propria identità, scoprire la propria vocazione o, più prosaicamente, trarsi d’impaccio. Ciò che viene messo sullo sfondo, per contro, è sempre molto ‘oggettivo’, ben localizzabile e chiaramente riconoscibile: e si tratta di uno sfondo che trae la sua evidenza dal fatto di essere largamente condivisibile in tutti i suoi particolari.
Ci dobbiamo schierare pro o contro Dickens, allora? E’ ancora Montefoschi a tentare una mediazione, segnalando “la grande capacità di questo scrittore di inventare trame – e la trama funziona sempre”; mentre gli dà man forte Pietro Citati secondo il quale, sic et simpliciter, “chi non ama Dickens commette peccato mortale”.

Unica versione integrale di ‘A Christmas Carol in Prose’ (1843) di Charles Dickens disponibile in italiano, il ‘Canto di Natale’ edito da il Narratore si avvale con profitto della voce di Alberto Rossatti che ne ha curato pure la traduzione.
Anche se esistono versioni pubblicate da altri editori che adattano e/o riducono il corposo racconto dickensiano rendendolo magari a tratti più agile e scorrevole, resta il fatto che quest’opera si presta a più livelli di lettura in virtù di una scrittura tutt’altro che semplice e scontata e di una trama solo in apparenza prevedibile; e forse soltanto una versione integrale come questa può rendere pienamente giustizia a tanta complessità.
In realtà, è proprio seguendo con pazienza le dolorose ‘stationes’ della trasformazione interiore (che di fatto consiste in un ritrovamento di se stesso) del protagonista Ebenezer Scrooge che si scoprono particolari rivelatori: così tutto si chiarisce dello sbandamento e della deriva di questo personaggio proprio grazie all’intervento a suo modo ‘didascalico’ dello Spirito del Natale Passato. Lungo questa ‘via crucis’, lo Spirito fa vedere Scrooge ancora bambino isolato e allontanato dai compagni di scuola per il suo amore verso la lettura, nonché respinto e vessato dal padre alcolizzato: così, quasi a sorpresa, scopriamo che Ebenezer non è sempre stato avido e taccagno, ma è uno dei tanti bambini diversi e sfortunati che popolano i romanzi di Dickens e che proprio a cagione di un’infanzia difficile e tormentata non sono liberi di crescere e diventare adulti aprendosi alla meravigliosa avventura dell’incontro con l’altro.
Il denaro come forma di sostituzione e/o di compensazione. Ecco perché ad un certo punto, nonostante un’adolescenza non infelice trascorsa da apprendista alle dipendenze del buon Fezziwig e in compagnia del caro Dick (quando per festeggiare il Natale si tramutava a tempo di record un magazzino nella più accogliente sala da ballo che si potesse immaginare), Scrooge smette persino di amare – in nome del denaro che ormai lo domina incontrastato – la splendida donna cui si era legato in anni poveri quanto fidenti: ed è lei a prendere l’iniziativa di dirgli addio in una pagina di commossa dignità e severo rigore morale che, peraltro, Rossatti restituisce magnificamente.
Inoltre, Dickens è un narratore tutt’altro che esterno alla rappresentazione. Lo si nota ad esempio nelle apparentemente divaganti descrizioni dei personaggi, che l’autore vuole minuziose e dettagliate anche a costo di sembrare pedante; ma in realtà si sente che ciò che gli sta a cuore è restituire l’autenticità dei personaggi anche al di là del ruolo che sono chiamati a ricoprire nel limitato contesto della vicenda narrata, come se tali personaggi fossero molto di più di quello che sembrano e che comunque mostreranno di sé nel racconto. E lo si nota pure in pagine sentite e partecipate in cui Dickens – come nella descrizione della vita nella casa della ex fidanzata di Scrooge, che ormai si è sposata con un altro uomo dal quale ha avuto dei figli – letteralmente non riesce a ‘restare nei ranghi’ del semplice narratore, ben supportato ancora una volta da Rossatti che di queste subitanee accensioni sa farsi vivace e frizzante portatore.
In conclusione ci troviamo di fronte ad una bella, sapida e avvincente lettura integrale, che riconferma il Narratore in testa alle piccole case editrici italiane di audiolibri.

Roberto Ghedini

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